Buona la prima
Directed by Deghens
Buio in sala
“L’onda”, una pellicola del 2008 diretta da Dennis Gansel, tratta dall’omonimo romanzo di Todd Strasser, a sua volta basato sull’esperimento sociale denominato La Terza Onda (The Third Wave), avvenuto nel 1967 in California. La trama scorre, un giovane insegnate decide di dimostrare che è possibile diffondere un regime dittatoriale nella moderna Germania, nonostante il passato. Per farlo, coinvolge la sua classe – siamo in un istituto superiore – in un esperimento che prevede l’instaurazione simulata di un regime. Quindi si sceglie un leader, un nome, delle norme basilari e perfino un saluto.

Il progetto assume presto le sembianze di una realtà spaventosa e sorprendentemente dirompente, tanto da sfuggire di mano al suo stesso ideatore e confezionare un finale tragico (Ops!). Una pellicola molto discussa, se non per il contenuto, quanto per la sua ambientazione. Una regia asciutta per una fotografia desaturata, che accentua i toni spesso raggelanti del film. Non un capolavoro, specie per i discutibili meccanismi in stile American high school disseminati di tanto in tanto per tutta la pellicola. Ciò che importa, però, è il quesito che accompagna tutto il film: può rinascere una nuova dittatura in Germania?
Fine primo tempo
Pop corn, coco-cola, sigaretta. Corri, è di nuovo buio in sala.
Secondo tempo
Le forme di regime sono molto simili, spesso coincidenti per struttura e intenti, nonostante il tempo e lo spazio. Ma c’è qualcosa che invece cambia, sempre. È la loro immagine, il suo perverso “look”, strumento di identificazione dei membri e assieme veicolo attraverso il quale si tende a proiettare l’essenza del regime stesso.
Nel film, tutti i membri de “L’Onda” indossano una camicia bianca. Ragazzi e ragazze, senza alcuni distinzione, sfoggiano con fierezza una camicia bianchissima, che fa presto a diventare il leit motiv della pellicola. C’è chi la indossa larga, chi infilata nei pantaloni o con le maniche rimboccate, ma per tutti è un pretesto. Una scusa per odiare e una ragione per cui appartenere. La scelta del bianco risiede nell’esigenza di spersonalizzare i soggetti in quanto singoli individui, condizione necessaria per garantire il buon fine dell’esperimento. È più facile dipingere su una tela completamente bianca. Un esperimento, però, non nato con la camicia, perché deve fare i conti con la realtà. Una mise che fa molto ufficio, figlia del suo tempo, insomma, degna di una società che fornisce servizi e consuma, e ha dimenticato chi produce, o più semplicemente gli ha cambiato i connotati.

Il look si fa scuro come la pece nell’Italia fascista. Le camicie nere impazzano durante il regime. Anche qui l’abbigliamento non nasce per caso. Prende spunto dalla storica divisa del corpo degli Arditi, militari della Prima Guerra Mondiale che si contraddistinguevano per il coraggio. Ed è proprio questa l’immagine che il fascismo voleva dare di sé: uomini duri, sprezzanti del pericolo e ardenti di coraggio, poco interessava l’effetto snellente. Una soluzione centrata, specie in abbinata al teschio che fregiava la divisa, un po’ meno se si pensa ai pantaloni alla zuava che spuntavano sotto quelle casacche.

Mao Tze Tung (Sinistra) – Kim Jong-il (destra)
Lo stile cambia radicalmente verso oriente: Cina. Qui il regime ha preferito semplici casacche da lavoro, taglio lineare, colletto rigido ben schiacciato sul petto, ampi bottoni e pantaloni larghi. Un look da operaio, insomma, che incarna lo spirito del regime, un sistema improntato sul lavoro, la privazione, il lavoro, il silenzio, l’annientamento delle emozioni, il lavoro e ancora il lavoro. Stessa sorte per i vicini della Korea del Nord. L’abito da lavoro è semplice, la zip sostituisce i bottoni, i pantaloni sono ampi e ruvidi, ma lasciano libero chi li indossa nei movimenti, specie in quelli dei campi o nelle industrie belliche. Nelle sue linee racchiude la promessa di un impegno faticoso lungo tutta una vita, quello di costruire la vanità di un leader che sceglie anch’egli di indossare il workwear oriental style.
Mao e il “caro” Kim Jong-il salutano le folle durante le imponenti parate militare, allegoria fallica nazionalista, indossando la stessa divisa da lavoro, ma con le mani belle che curate. A ben vedere, sembra che abbiano letto “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, che nella sua società spaventosamente utopica, veste gli uomini come tanti lavoratori cinesi, solo che lo fa diversi decenni prima. O forse, più semplicemente, devono aver preso spunto dal leader d’acciaio, Stalin, che anni prima sfoggiava un look simile. Ecco spiegata anche l’origine proletaria dello stile.

Ma non sono gli unici leader ad aver lanciato uno stile di regime. Fidel Castro, per esempio, veste sempre in divisa militare, almeno fino a quando non cede alle comode lusinghe di Adidas o non decide di mettersi in ghingheri per le Nazioni Unite. Cito Fidel perché Cuba è un regime, punto. La divisa del leader maximo palesa l’animus del regime: l’isola è una conquista da difendere con le armi in pugno. La rivoluzione dei barbudos (la barba!, un’altra tendenza del momento) è sempre negli occhi della gente, ogni volta che Fidel appare in tv per parlare di resistenza e del mostro a stelle e strisce.

Lo stile si fa eccentrico, invece, nel continente africano. Idi Amin Dada che, con abile maestria linguistica o più semplicemente lucida follia, si dichiarò Presidente a vita della Repubblica dell’Uganda, amava farsi ritrarre in kilt e spesso indossava la divisa ufficiale dell’esercito scozzese. Adorava così tanto quel mondo che si fece addirittura nominare Re di Scozia, da cui il titolo di un film di successo del 2006, diretto da Kevin Macdonald con un Forest Whitaker da Oscar nei panni del dittatore.
Bruciatura di sigaretta nella pellicola
Siamo tornati al cinema, dove tutto è incominciato. Perché qui è di cinema che si parla, l’unico modo che esiste per proiettare lo stile.
Titoli di coda
Cast in ordine alfabetico
- Arditi……………………………………………..nella parte de gli Arditi
- Barbudos………………………………………nella parte dei Barbudos
- Fidel Castro…………………………………..Leader regime Cubano
- Idi Amin Dada……………………….………Leader regime Ugandese
- Dennis Gansel………………………………..Regista de “L’Onda”
- Kim Jong-il……………………….……………Leader regime Korea del Nord
- Kevin Macdonald……………………………Regista de “L’ultimo re di Scozia”
- Todd Strasser…………………………………..Scrittore de “L’Onda”
- Stalin……………………….……………………..Leader regime Sovietico
- Mao Tze Tung………….………………………Leader regime Cinese
- Forest Whitaker….…………………………..Attore, premio Oscar per “L’ultimo re di Scozia”
Luce in sala
March 19th, 2012 | by: Fabio Degano | Film







